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Utente: Shirasaya
Nome: Shirasaya
In realtà ci dovrebbe essere scritto: ‘Chi siamo’. Perché, anche se sono io che firmo, non solo il solo a scrivere qui. Qui vengono raccolti racconti che hanno a che fare con una dimensione altra. Che siano miei oppure no, poco importa. Se chi legge riuscirà a trovare un qualche senso, allora questi scritti avranno adempiuto almeno in parte al loro scopo.

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lunedì, 31 marzo 2008

COMUNICAZIONE D'UFFICIO (I'm out for a while)

Questo post verrà cancellato non appena riuscirò a tornare.

Sono momentaneamente sprovvisto di connessione internet e credo che la cosa andrà un pò per le lunghe.

Queste righe, quindi, sono qui solo per informarvi e per mandarvi un saluto. A tutti, con affetto.

Non lasciate messaggi. Tanto, come ho detto, quando riuscirò a tornare cancellerò questo post.  

Arrivederci.

 

postato da: Shirasaya alle ore 10:30 | link | commenti (14)
categorie:
mercoledì, 20 febbraio 2008

0 - PROLOGO (Lettera)

  

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

postato da: Shirasaya alle ore 19:51 | link | commenti (9)
categorie: il labirinto cronache
mercoledì, 02 gennaio 2008

VEGLIA

L’uomo dal volto scarificato e il camice bianco entra nella stanza asettica e si avvicina al letto dove l’uomo dal volto bendato dorme o fa finta di dormire.
L’uomo col camice si ferma al capezzale e attende impassibile, finché il respiro dell’altro non tradisce la sua finzione e lui sospira e apre gli occhi.
“Come si sente?”
“Mi sento come un sub che pesca orate d’acciaio in un mare morto.”
L’uomo col camice bianco si volta e scambia uno sguardo con un altro uomo col camice bianco e i lineamenti assenti, che fino a quel momento non sembrava essere nella stanza, ma che in realtà è sempre stato lì.
I due annuiscono all’unisono e all’unisono si voltano verso quello che, forse, è il paziente e all’unisono dicono: “Stop. Rewind. Reset. Di nuovo.” 
  

L’uomo dal volto scarificato e il camice bianco entra nella stanza asettica e si avvicina al letto dove l’uomo dal volto bendato dorme o fa finta di dormire.
L’uomo col camice si ferma al capezzale e attende impassibile, finché il respiro dell’altro non tradisce la sua finzione e lui sospira e apre gli occhi.
“Chi sei?”
“Sono un giaguariguana.”
“Chi?”
“Sono un giaguariguana che caccia filisnodi di rame e ho un dubbio.”
“Un dubbio?”
“Un dubbio.”
L’uomo col camice bianco si volta e scambia uno sguardo con un altro uomo col camice bianco e i lineamenti assenti, che fino a quel momento non sembrava essere nella stanza, ma che in realtà è sempre stato lì.
I due annuiscono all’unisono e all’unisono si voltano verso quello che, forse, è il paziente e all’unisono dicono: “Quale dubbio?”
“Forse sono un crociato che raschia escrescenze di cemento da un muro dipinto in calce alla pagina.”
I due rimangono immobili per un ragionevole attimo di silenzio.
“Sarebbe giusto decidere.”
“Dice?”
“Sarebbe opportuno, quantomeno.”
“Fare una scelta?”
I due annuiscono. “Una scelta.”
L’uomo dal volto bendato sembra riflettere per un attimo.
“Sono un giaguariguana.”
“Stop. Rewind. Reset. Di nuovo.” 
  

E poi mi sveglio. 
   

Nell’ultimo ricordo che ho in testa ero al telefono. Mi ero messo sul letto e parlavo a bassa voce.
Non ricordo con chi, però.
Devo essermi addormentato senza volerlo. 
  

Mi rendo conto di avere qualcosa sul volto. Provo ad alzarmi ma non ci riesco. Qualcosa mi costringe a letto. Non riesco a muovermi.
E poi la porta si apre. 
  

L’uomo dal volto scarificato e il camice bianco entra nella stanza.
Lo guardo.
Lui si ferma al mio capezzale e attende, impassibile.
Guardo la stanza asettica.
C’è un altro uomo con il camice bianco. Lineamenti assenti.
Mi guardano.
“Bene. Ci dica.” dicono, all’unisono. “Cosa ha intenzione di fare?”
Soffoco un gemito.
  

  

postato da: Shirasaya alle ore 15:06 | link | commenti (21)
categorie: deliri
venerdì, 03 agosto 2007

Lo Speziale - (quarta parte)

  

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

 
postato da: Shirasaya alle ore 01:51 | link | commenti (38)
categorie: post atomic tales
mercoledì, 25 luglio 2007

Lo Speziale - (terza parte)

  

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

postato da: Shirasaya alle ore 22:37 | link | commenti (16)
categorie: post atomic tales
martedì, 03 luglio 2007

LO SPEZIALE - (seconda parte)

   

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

postato da: Shirasaya alle ore 15:38 | link | commenti (28)
categorie: post atomic tales
domenica, 24 giugno 2007

LO SPEZIALE - (prima parte)

  

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

postato da: Shirasaya alle ore 21:50 | link | commenti (40)
categorie: post atomic tales
sabato, 16 giugno 2007

L'UOMO MALEDETTO

Era un uomo pallido, di fortuna mediocre, che aveva ricevuto dai genitori quel tanto d’amore che bastava, e schiocchi di schiaffi quando non ce n’era abbastanza.

Quel suo fare maldestro lo condannava all’eterno scherno dei ciechi che, come lui, avevano paura e basta. 

Era sincero con chiunque, perché odiava di un odio limpido, puro.

Eppure non sapeva che c’era molto meno nel suo cuore di quanto avesse mai pensato.

E accadde che un giorno venne convocato dal suo padrone, che lo aveva comprato per un sacco di grano e una pecora: l’uomo che lo teneva ostaggio nei gironi, lontano dai suoi giorni futuri.

In mano teneva una gemma, nell’altra una storia.

“Scegli,” gli disse.

“No..”

“Scegli.”

“La gemma,” sussurrò.

“No.”

E i denti del Nemico saettarono sulla pelle.

“Addio”, ansimò.  

  

Cambiarono le mani e gli anelli alle dita scheggiate del padrone, e di nuovo si mostrò il dolore:

una spada in mano, una penna nell’altra.

“Scegli,” disse ancora

“La spada,” mormorò.

“No.”

Scimitarre, i suoi occhi nella carne.

“Addio”, singhiozzò.  

  

Cambiarono i polsi e le piaghe nei gomiti del padrone, e di nuovo si mostrò l’oblìo:

in una stava sogno, nell’altra desiderio.

Scegli!” urlò.

“No..”, si strozzò.

“Scegli.”

“Sogno. Sogno! SOGNO!”  

   

“No.”    

  

Scintillò il suo teschio.

“Addio”, esalò.  

  

postato da: Shirasaya alle ore 23:18 | link | commenti (26)
categorie: triade inferni inanimati
venerdì, 08 giugno 2007

IL TEOREMA ALCOLICO

                                                                                         La normalità è un’illusione per mediocri.

                                    N.M.

       

  

   Il dottor Mezenov non beveva Vodka, che considerava solo un volgare distillato di grano e patate. Se si distillano patate – sosteneva – allora si possono distillare anche le carrube, con risultati sicuramente non peggiori. Insomma, preferiva di gran lunga assaporare i vini occidentali e, sovente, si concedeva qualche goccia di buon rum cubano, che amava bere direttamente dalla sua fiaschetta tascabile d’acciaio placcata argento, inseparabile e necessaria più d’un paio di mutande.

 Di russo aveva solo il nome o poco più, visto che non era mai stato in Russia da adulto, o forse non c’era proprio mai stato. Si diceva che fosse nato a S. Pietroburgo e che avesse origini nobili, legate addirittura alla famiglia dello Zar Nicola II, ma questo era quello che lui diceva, e nessuno ci ha mai creduto veramente.

Qualcuno nutriva seri dubbi anche sull’autenticità del suo titolo di studio, forse per il suo carattere così lunatico, sfuggente, apparentemente privo di continuità. Forse perché le sue nevrosi lo portavano ad analizzare le cose così a fondo, che alla fine nessuna teoria stava più in piedi, divorata da mille contraddizioni, e il tentativo di trovare anche una sola certezza falliva sistematicamente, lasciando il nostro eroe di nuovo in preda alle sue ansie.

Lui però, stoicamente non si dava mai per vinto e partiva nuovamente alla ricerca di nuove convinzioni, sempre come se fosse la prima volta e puntualmente si ritrovava, alla fine, con una serie infinita di nuovi quesiti ai quali era arduo accoppiare risposte convincenti. Così, sovente, per sfuggire al cupo abisso della decadenza, si rifugiava in qualche bizzarra riflessione che lo conduceva, con un po’ di fantasia, a grotteschi teoremi e strani assiomi.

Mi piace pensarlo così, il dottor Mezenov. Assorto, sulla sua poltrona di pelle nera con ampi braccioli; la sua ombra longilinea che si staglia sulla parete opposta, contro il giallore diffuso da una lampada in stile Old England. I suoi piedi, pelosi e affusolati, immancabilmente avvolti nelle pantofole di pelle di leopardo sintetica; la sua figura sempre avviluppata nella rossa vestaglia anacronistica con ornamenti orientali, retaggio di un lontano viaggio in oriente di uno zio che Mezenov non vedeva ormai da alcuni lustri.

Non molti i capelli sulla sua testa, e a coprire i suoi occhi verdi, raro pregio estetico della sua persona ed eredità della madre, un paio d’occhiali sottili con montatura nera, che però non indossava sempre, quasi a voler sfidare la miopia con la presunta lungimiranza dei suoi pensieri.  

  

Su una grande libreria che divideva il salotto in due parti, si poteva trovare di tutto. Tra libri rari e edizioni economiche prendevano posto volumi scientifici, classici della letteratura italiana, tedesca, russa, manuali di elettronica e trattati alchemici. La parte del salotto a sinistra della libreria, costituiva il laboratorio dei pensieri del dottor Mezenov. Vi si trovava la poltrona di pelle nera, la lampada in stile inglese, un mobiletto a vetrine che ospitava una moltitudine di bottiglie di ogni genere e forma, uno scrittoio ed una vecchia televisione. Quest’ ultima non veniva quasi mai usata come tale, ma piuttosto come una sorta di lampada, in cui il tubo catodico bombardava lo schermo di elettroni senza comporre immagini definite. Così poteva rimanere accesa per ore, fuori da ogni sintonia, da ogni idea, da ogni imposizione.

L’altra parte del salotto era un cumulo di cianfrusaglie. Apparecchiature elettroniche, alambicchi, beute, strumenti di laboratorio di ogni genere e di incerta origine con cui il dottor Mezenov si cimentava, quasi sempre senza risultato, ma spesso anche senza alcuna sorta di progettualità o parvenza di determinismo. C’era inoltre una gran varietà di strumenti musicali elettrici ed acustici, alcuni tradizionali, altri appartenenti a culture e luoghi misteriosi e inconoscibili.  

  

Nell’intricata mente del nostro personaggio, la musica era un elemento di base, un’arte capace di placare l’animo nelle sue tempeste neuronali e di dare forti slanci emotivi nelle tediose pause della vitalità. Così, spesso, a riempire il silenzio della stanza erano le trombe di Miles Davis o le struggenti melodie di David Sylvian. Altre volte, invece, la colonna sonora della vita di Mezenov era affidata al pianoforte discreto ed essenziale di Satie e a quello di Debussy, strumenti capaci di riempire di tinte tenui e accese tutte le dimensioni di un ambiente.

Anche le superfici dei muri erano ansiose di manifestare la loro personalità, attraverso impressioni di Monet di un tramonto sull’acqua e ballerine di Degas a danzare davanti ad un cupo autoritratto di Van Gogh. Alcune crepe si incontravano e scontravano sui muri, confluendo come tributari meandriformi  di un fiume di calce. Alcune erano abilmente coperte dalle stampe e da disegni appesi senza troppa cura. Quelle pareti avrebbero di certo avuto bisogno di essere pitturate, ma tutto sommato erano in pieno accordo con il resto dell’arredamento.  

  

Questo era il salotto del dottor Mezenov, scenario di grandi avventure e disavventure intellettuali. Una stanza senza casa, senza città, senza paese e forse anche senza pianeta. Queste entità hanno infatti confini definiti e limitati, per quanto grandi possano essere, per dimensioni e potenzialità. Quella stanza era invece l’estensione di una mente, che per definizione non ha limitazioni di spazio e di tempo. Il salotto del dottor Mezenov era una stanza nell’Universo, e come questo era in continua espansione.  

  

2.  

  

“Intendo ora sfatare un luogo comune!” pensò ad alta voce il dottor Mezenov, in preda ad una delle sue improvvise ispirazioni. Così si adagiò comodamente sulla sua poltrona da meditazione e continuò con i suoi pensieri. “Si sente dire spesso che chi beve affoga nell’alcool i suoi problemi. Questa è però una contraddizione in termini, ed ora dimostrerò perché.”

Un respiro profondo evocò l’immagine di un professore d’altri tempi, intento a raccogliere i suoi pensieri di intellettuale indignato, da esporre ad una classe di studenti annoiati e irriverenti. La spiegazione ebbe inizio, anche se l’aula era piena solo nell’immaginazione di Mezenov.

“Si consideri un uomo che voglia affogare nell’alcool i suoi problemi importanti. Tali problemi, essendo gravi, proprio per la loro pesantezza possono essere facilmente affogati in un bicchiere di vino, vodka, o qualsiasi altro alcolico. Se questi travagli sono addirittura insolubili, a maggior ragione precipiterebbero in soluzione alcolica.

In questa situazione è sufficiente bere un solo sorso di alcool dal bicchiere in esame, o non berne affatto, per tenere i problemi e la disperazione bene in profondità. Quindi si può affermare che chi beve poco o quasi niente, agisce così proprio per affogare i suoi mali, contrariamente a quanto molti pensano.  

  

Consideriamo ora un uomo che abbia soltanto problemi leggeri o comunque di facile soluzione. Nel primo caso, quando il soggetto in questione cercherà di affogarli nel bicchiere, essi rimarranno in superficie e resteranno galleggianti come gocce d’olio. Sarà quindi necessario bere molto prima di farli sparire completamente. Per quanto riguarda, infine, i problemi di facile soluzione, essi, proprio per la loro natura, si solubilizzeranno completamente ed in modo omogeneo nell’alcool, tanto che, per farli precipitare, ci vorrebbe una quantità enorme di moli di mali tale da superare il loro prodotto di solubilità. Quindi, anche scolandone un’intera bottiglia o una damigiana, non si riuscirà quasi mai ad affogarli.

Ora, poiché ciò che è solubile in alcool etilico lo è anche in acqua, essendo entrambi i solventi polari, bisogna necessariamente trarre la conclusione di questo teorema alcolico, riassumibile nel seguente enunciato.  

  

Teorema:

 

Ammirate l’alcolista. E’ un uomo semplice, dotato di un’anima leggera. Egli non sa cosa sia il peccato e non conosce rimorso. Beve per il solo ed unico piacere di bere, e non nuoce a nessuno.   

  

          Corollario:  

  

Diffidate invece dell’astemio. Egli ha un fardello talmente pesante sulla coscienza, che non riuscirebbe a dissolverlo neanche in un bicchiere d’acqua.”  

  

        Soddisfatto della conclusione di questo dilemma etilico, il dottor Mezenov rimase per alcuni minuti a contemplare la piccola bottiglia di rum che stringeva nella mano sinistra, come se cercasse in essa la conferma delle sue riflessioni. Poi, la avvicinò alle labbra secche per berne ancora un sorso, spense la lampada e s’incamminò allegramente verso la stanza da letto.  

  

  

  

   

   

  

Tratto dail Teorema Alcolico

Romanzo breve

di David Similar

 

Che pregia me e questo spazio

con il suo genio

la sua follìa

la sua raffinata gentilezza

 

Grazie, David!

  

postato da: Shirasaya alle ore 18:04 | link | commenti (24)
categorie: assurde geniali di altri
sabato, 19 maggio 2007

FILATORI DI ANIME

  

  

IN FASE DI RE-EDIT (diciamo così, va)

postato da: Shirasaya alle ore 14:55 | link | commenti (32)
categorie: triade purgatori pensili